INTERVISTE - Marco Borri e l'arte dell'osservazione in Lombardia

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In campo poi ci vanno in pochi, quelli più bravi spesso quelli più fortunati, alcuni sono dei veri campioni altri meno, ma tutti sono passati dall’occhio vigile e attento di un osservatore che ne ha parlato al proprio capo area e di conseguenza è arrivato il Direttore Sportivo che ha deciso di investire su di lui. Per approfondire l’argomento affascinante dell’osservazione, ci siamo rivolti ad uno dei professionisti del settore, Marco Borri, osservatore abilitato FIGC e responsabile scouting Albinoleffe per l’area milanese, nonché autore de “L’osservatore calcistico a 360°” leggi la recensione qui

1) Come si presenta il panorama del calcio giovanile lombardo a febbraio 2016?

In Lombardia ci sono all’incirca 180000 atleti, 70000 squadre, 15000 società sportive e ben 700000 sono le partite giocate ogni stagione (fonte: lombardiascouting.it). Questi numeri aumentano le possibilità di trovare atleti interessanti con l’unico inconveniente che si disperdono nei numerosi club; è necessaria quindi una struttura scouting  organizzata già a livello provinciale.

Il campionato di serie D, quest’anno in particolare, è veramente molto interessante; in Lombardia militano nella categoria club di blasone come Monza, Lecco, Pro Sesto ecc.

 

 

2) Osservare cosa vuol dire secondo te che, nel settembre 2014, hai scritto il primo vero libro sull'osservazione calcistica?

Osservare, come tutti sanno, è un’azione attiva, non passiva come il semplice guardare. Osservare un calciatore per me significa: cercare di leggere le sfumature, i particolari, andando oltre i segnali della prestazione del momento, riuscendo a scindere il valore della prestazione da quello del calciatore, esprimendo il più possibile una valutazione oggettiva e predittiva, soprattutto quando si tratta di giovani.

Rino D’Agnelli ne: “L’osservatore calcistico a 360°” (Calzetti&Mariucci) ha correttamente ricordato che “osservare è un’arte che bisogna apprendere”. Per imparare e diventare dei bravi scout bisogna avere l’umiltà di imparare da tutti e la fortuna di farlo dai migliori. Condividere, confrontarsi, sperimentare e sbagliare sono la base. A tutto questo va aggiunto il “talento” dello scout stesso, che deve essere impreziosito dalla competenza e dallo studio; più cose si conoscono, più cose si riescono a vedere di un atleta. “Vedere” non è da tutti, come detto serve anche talento; più partite si vedono e più si vede è un detto comune, a mio avviso errato. Si possono vedere 10 partite alla settimana e non saper cogliere e intuire nulla, perché privi di talento e cultura specifica. Il numero elevato di visioni può aumentare le probabilità di scovare calciatori ed allenare lo scout ad osservare, ma come tutti gli allenamenti, se la proposta è inadeguata e l’atleta non si applica, serve a poco.

3) Vale la pena considerare dei dati statistici su un giovane calciatore nella scrittura di una relazione?

L’osservatore calcistico, lo dice la parola stessa, si limita ad osservare gli atleti ( live o video) e a darne una valutazione oggettiva, più o meno dettagliata (a seconda delle indicazioni), attraverso l’esclusivo uso della vista. I dati, se fanno parte di un linguaggio comune (torte, istogrammi ecc.) standardizzato nella relazione, sono sicuramente utili.

I dati statistici ai quali ti riferisci tu però, insieme a quelli derivati dai test specifici che vengono effettuati nelle realtà più organizzate per la valutazione dei calciatori, non fanno parte della competenza specifica dell’osservatore calcistico, ma sono un’importante risorsa del club e per l’obiettivo finale. Se richiesto, lo scout rimane comunque a disposizione per una consulenza.

4) Tattica o caratteristiche fisiche, quali caratteristiche e in che percentuale vanno considerate in un calciatore a seconda della fasce d'età?

In linea generale la tattica è l’ultima cosa da considerare in un giovane calciatore, personalmente non la prendo in considerazione. In riferimento a questo è interessante valutare gli aspetti cognitivi è la capacità di apprendimento dell’atleta (è sveglio?). La tattica va via via sempre più considerate a ridosso della prima squadra, considerando i margini e la predisposizione al miglioramento delle lacune.

Le caratteristiche fisiche sono assolutamente da considerare, ma in un giovane vanno valutate nella prospettiva; serve intuire il potenziale globale del calciatore. Non bisogna farsi ingannare (positivamente o negativamente) da fìsici “precoci”, “tardivi” o che presentano uno sviluppo “normale”. Ciò che consiglio di osservare, come dice Mino Favini, è il primo controllo, la naturalezza dei gesti e, aggiungo, di fare caso a quando il giovane riceve palla in corsa se, invece che rallentare, incrementa la sua velocità nonostante la pressione dell’avversario. Ma non esiste un modello universale per fare scouting.

5) Quali sono le società che hanno il maggior potenziale giovanile in territorio lombardo?

Sicuramente i grandi classici sono: Cimiano, Aldini, Alcione, Acc. Inter, Lombardia Uno, Enotria. Ogni anno poi si presenta qualche club nuovo con squadre interessanti come, per esempio quest’anno, il Torino Club di Gallarate. L’appassionato e attento lavoro della neo DS Secondina Sandri ha riportato non solo entusiasmo, ma anche qualità al settore giovanile granata. Considerate le ampie possibilità, fare l’osservatore in Lombardia, o addirittura in provincia, è divertente oltre che soddisfacente.

6) Come ti sembrano le strutture lombarde e a che punto siamo in questo senso?

Fino a circa dieci anni fa capitava di trovare campi impraticabili, oggi, per lo meno al nord d’Italia, è una rarità. Le partite e gli allenamenti avvengono su campi ottimi o comunque buoni. I centri sportivi sono dotati di ampi spazi, campi sintetici, anche coperti e di palestre per svolgere lavori differenziati; anche gli oratori beneficiano ormai del campo sintetico. In Lombardia non possiamo di certo lamentarci; col tempo, le nuove tecnologie e i materiali si potrà solo che migliorare.

Tutto questo ha agevolato lo sviluppo del bel calcio e l’allenamento dei ragazzi, ma li ha privati di quell’aspetto “emotivo” che “temprava”, formava lo “spirito” del calciatore. Una volta ci si addormentava la sera prima della partita nella speranza, ma senza la certezza, di trovare un bel campo da gioco. Oggi lo si dà per scontato; lottare su un campo di fango con la “maglia pesante” e con il pallone che si fermava in una pozza d’acqua di scontato non aveva proprio nulla e, per portare a casa il risultato, oltre ai piedi buoni, serviva ben altro …

Rispetto agli altri paesi, non penso che siamo così indietro nelle strutture. Il nostro reale problema, semmai è la quantità di ore di allenamento dedicate al calcio (sport in generale) e il peso specifico che “la scuola” dà ai nostri laureati in scienze motorie e alle relative ore di lezione nei programmi scolastici (in media “due ore”, meno di 60 minuti e spesso spezzate, di educazione fisica alla settimana).

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